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martedì 11 giugno 2019

Due fili, un filo...


Ai tempi di Un alfabeto a fiori, quando ancora l'inesperienza nutriva l'ingenuità di pensare che poche pagine potessero raccontare tutto quello che avrei voluto, scatenai una furiosa battaglia con la grafica, per evitare che mi ritagliasse troppo le foto. 
Lei in realtà faceva il suo sacrosanto ed esperto mestiere. 
Cercava il fuoco e scartava quelle zone della foto che ti fanno venire il mal di mare.
Il mio obiettivo, però, era quello di dare voce alle immagini, senza appesantire con le parole.
E fare in modo che, al di là di disegni e colori, venisse comunicata qualche soluzione applicativa.
Avendo perso la battaglia (cioè vinta, avendo compreso le profonde ragioni di Laura Arnaldi), mi ero ripromessa di compensare la mancanza sul blog. 
Ne è passata di acqua sotto ai ponti, da allora, ma ci ho messo un po', vi confesso, ad avere il coraggio di risfogliare il libretto. 
E' andato tutto troppo, e troppo velocemente.
Ma è tempo di tornare indietro nel tempo.
Così oggi colgo il termine del ricamo sul grembiule di G, dipinto dalla celebre Patrizia Silingardi e confezionato in collaborazione con Gabriella di Conti&Molinari, per ritornare col pensiero al primo set di colori, di pag. 30.

Avevo inserito la foto di una tovaglietta che mi era stata fornita già orlata e in cui angolo avevo ricamato la S...


... Che è ovviamente la soluzione più classica.
Avevo scoperto che, nonostante le dimensioni più o meno ridotte, le iniziali (o le composizioni) piene di fiori, hanno una particolare capacità di catalizzare l'attenzione e, nonostante un grande spazio vuoto, riescono a riempire, senza strafare.
Quando lavoravo su commissione, spesso mi trovavo a cercare di smantellare l'idea che le lettere dovessero essere ingrandite di molto, perché risultassero più appariscenti. 
Così spesso mi sono trovata a ragionare sulle grandezze del disegno e sull'equilibrio che il calibro del filato e le dimensioni dei fiori devono avere. 
Ero arrivata alla logica conclusione che lettere più grandi dovessero avere più fiori e non fiori più grandi e che eventuali ingrandimenti o rimpicciolimenti dovessero comportare una variazione del calibro del filato (principalmente aumento o riduzione del numero di fili di mulinè).
Così disegnai due alfabeti, uno alto 11 cm e l'altro alto 7.
Provai a ridurre quello alto 7 cm a 3,5 cm e la ricamai a un filo.


La fortuna volle che la proporzione fosse tale da consentirmi di ricamare con estrema facilità tutti i fiori, conservando il numero di giri del vapore e delle rose, come se nulla fosse cambiato. 
Davvero. 
Credevo sarebbe stato più difficile. 
Salvo problemi particolari di vista, credo che chiunque possa tentare.
Il ciondolo in soutache è opera di Sara Voltolina (Sara Bottoni - Bottoni in arte).

A un filo avevo anche ricamato le rose sulle casette di Nadia Piscaglia...


E senza averlo progettato, mi accorgo, scrivendo questo post e allegando i link delle ragazze con cui ho collaborato e di rimando pensando a tutte le altre, che gli anni e questa avventura del ricamo, del blog, dei corsi, dei libri e delle fiere, mi hanno portato all'incontro con persone fuori dal comune, che hanno il coraggio di esprimere con la loro arte le grandezze e le debolezze proprie dell'animo umano, in una ricerca sana e continua, creando una sfera di comprensione e sostegno reciproco.

lunedì 10 settembre 2018

Mescolare colori, disegni e idee



Quando Nicoletta mi contattò, per propormi di ospitare qualche mio lavoro su Giuliana Ricama per i mesi a venire, ero in spiaggia. 
Seguivo con la coda dell'occhio un uccello marino che spariva sott'acqua per ricomparire molti metri più avanti, o indietro o di lato. Mi urtava non riuscire ad indovinare mai la direzione e a capire cosa mai stesse cercando in quelle torbide onde. Farneticai al telefono qualche ideuzza e rimandai l'avvio del primo pezzo al termine del ricamo umbro. 
Del pescatore piumato persi la traccia.
Inutile raccontarvi di come l'Umbro si protrasse più del dovuto e di come le scadenze, l'avvio della scuola e delle attività dei bambini, l'avvio dei nuovi corsi e la necessità di riprendere il filo dei pensieri (o perlomeno di sgrovigliare nella scatola i fili), stiano lentamente, ma inesorabilmente, strisciando verso il cuore per stritolarlo in una morsa d'angoscia. 
Tendo al drammatico?
Con la scadenza dietro l'angolo e l'acqua alla gola, proprio come il mio placido amico marino, mi tuffai in una scatola di stoffe e non avreste mai indovinato con cosa sarei riemersa... E dove.
Cercavo una tiepida palette autunnale non troppo scontata e sfidai me stessa a spremere i colori da uno scampolo acquistato al Telaio Povolaro qualche mese prima. 
Questo il link al tessuto Lecien, con stampe di rose e isole damascate che si intrecciano e che brillano se rigiri il tessuto tra le mani. 
Una meraviglia.



Volevo, con il ricamo da offrire a Giuliana Ricama, proporre un nuovo disegno con i fiori del libro Un alfabeto a fiori, un po' per dargli l'ultima sferzata pubblicitaria, un po' per regalare a voi tutti, che avete accolto la mia pubblicazione con tanto entusiasmo, una nuova palette
E dedico questo post a mettere in pratica le combinazioni di colori, disegni e idee con cui ho progettato il libro.

Partiamo dal nuovo disegno, che troverete sul Giuliana Ricama n°24 (settembre-ottobre 2018).
I soliti cinque fiori corrono attorno ad un ovale che ricamai con un retino tirato. Se pensate che io abbia peccato di eccessiva buona volontà, scegliendo un retino a quattro fili in un bisso di lino, dimenticate che sfilature e retini non sono certo il mio punto di forza e che semplicemente devo o dovrete perdonarmi, perché non sapevo quello che stavo per fare. 
Potreste saggiamente optare per un bel 14 fili, oppure contare qualche filo in più.
Il cordone che serpeggia tra i mazzetti di fiori è un palestrina a tre fili e termina con un paio di riccioli all'esterno dell'ovale.
Ricamato con i colori indicati su Giuliana Ricama, diventerà per me una striscia per coprire l'usura di una consolle antica che ho in salotto. A chi, che a Valtopina mi indicava con sorriso beffardo l'orlo ancora solo imbastito, rispondo che mi servirà ancora qualche giorno e che No! Mi dispiace! Ma il mezzo giliuccio basta e avanza.
Ma se ricamassimo lo stesso disegno, con i colori della B di pagina 31 di Un alfabeto a fiori? Se trasformassimo l'idea originaria in un cuscinetto fedi, semplicemente cambiando i colori?
Mandatemi un foto! Vi prego!


E se, al contrario, decidessimo di usare la stessa palette che trovate su Giuliana Ricama, per ricamare il disegno del cuore di pag. 62 di Un alfabeto a fiori?
Ci ho provato. 
Volevo fare una scatola per le chiavi, da mettere su quella stessa consunta consolle...


Questo, di mescolare idee, disegni e colori, è un gioco divertente. E interessante osservare come muti d'aspetto uno stesso disegno e come i colori sappiano evocare atmosfere quasi parlando un linguaggio proprio, adattandosi, di volta in volta, ad occasioni diverse.



Sabato ero sulla stessa spiaggia e l'ho rivisto.
Che non si sappia dove e come si riemerge, è il divertimento più grande.




lunedì 27 agosto 2018

Ricamare l'Umbria - In viaggio verso Valtopina 6


Ho lasciato una me vestita di bianco sulla torre Sant'Emiliano che scruta il mare a pochi passi da Porto Badisco, in un luogo in cui i girasoli bruciati e mingherlini, tra i calcari aspri, girano il capo verso le onde in barba al sole. In un perfetto e struggente gioco di colori che accosta il giallo all'azzurro, come solo Madre Natura può permettersi. 
Sogno una tendina di candido bisso svolazzante per la mia me nella torre, ma... 
Questa è un'altra storia.

La striscia umbra ha riposato per un po' in valigia. 
Un bel giorno le onde hanno richiamato le onde e mi ci sono tuffata. Con meno danni da impatto di quelli del tuffo dallo scoglio di quasi tre metri da cui Anita mi ha gettato. 
Ovvio! Anche lei poi ha fatto la stessa fine.
Un giro a punto quadro piuttosto veloce e rilassante e tre piccoli forellini in ciascun angolo, progettati al preciso ed unico scopo di mettere in uso un piccolo attrezzo uscito dalla mia memoria grazie all'elaborazione di questo progetto umbro.


Avrò avuto pressappoco l'età di Anita. 
Ero in campeggio al mare e, nell'ora del silenzio (guai a violarla, pena la morte), ricamavo una striscia ad intaglio colorata. 
Con la ben nota silenziosa posa, richiamai l'attenzione di una elegante signora senese che, avvicinandosi per chiedere che cosa stessi ricamando, mi regalò una memorabile esperienza. 
Scoprii come il ricamo abbia il potere di attirare spiriti affini e come sia provvisto di un linguaggio proprio, che annulla le timidezze e le differenze d'età. 
La signora, a sua volta, stava ricamando un lenzuolo per la figlia appena sposata (e corse a prenderlo per farmelo vedere), con delle iniziali decalcate, fitte di tante roselline esplose, da ricamarsi a punto vapore... 
Ah! L'imprinting! E chi se lo ricordava?!
Mi insegnò alcune cose e ancora conservo piccoli campioni. 
Mi insegnò anche i buchetti a punto inglese, che realizzava con un punteruolo mai visto prima. 
Io ne avevo uno in plasticaccia rosa e quello mi fece venire l'acquolina in bocca, quando appresi essere un aculeo di istrice
Siccome era moglie di un cacciatore, ne aveva a bizzeffe e me lo regalò senza pensieri. 
Ora ne ho uno in argento tutto intagliato, acquistato in un mercatino dell'antiquariato, ma... 
Questo è IL punteruolo. 
Quando lo prendo mi si affaccia uno sguardo e un sorriso.

Evito di raccontarvi che cosa mi evoca l'orlo a rullino, o prilletta, che dir si voglia,  perché non è di poesia che parleremmo, ma di scurrili parolacce. 
Con il rischio di far venire i capelli dritti nel discutere le difficoltà dell'angolo. 
Confido in ottime maestre a Valtopina. Mi bacchetteranno, ma forse uscirò finalmente dal tunnel della parolaccia.
Posso però mettere una buona parola... 
Ci ho messo molto meno del previsto. Ero stranamente sveglia all'alba e, allo scoccare dell'ora della colazione, avevo già fatto tutto il giro.
Li avrei messi lo stesso perché tipici dell'Assisi, ma i tre nappini all'angolo, ne mascherano l'orrore. 
I punti vapore sull'orlo e di contorno al punto inglese mi sono venuti così
Mi sono fatta trasportare perché un po' di punto vapore, per ragioni sentimentali, dovevo pur mettercelo, visto che questo lavoro ripercorre la mia storia col ricamo e l'approdo col presente.


Nappe, cordoncini arrotolati, ornamenti a punto vapore, pippiolini... 
In questi ultimi anni ne ho messi parecchi. 
Ho sicuramente imparato ad amarli con i lavori di Assisi e perché sui mobili di famiglia sempre qualche nappa c'era. 
E a questo proposito ho un certo ricordo di infanzia, che lascio intatto in forma di immagine privata nella mia isola.

Vado verso la conclusione.
Tranquille! 
Devo ancora preparare tutto per l'esposizione! 
Siamo nella norma!
Devo anche finire l'ultimo dettaglio, quello che mi sconsigliavano, ma che ho avviato. 
Troppo difficile... Non verrà benissimo. 
Ma dovevo farlo. 
Scappo altrimenti non lo finisco!

venerdì 27 luglio 2018

Ricamare l'Umbria. In viaggio verso Valtopina - 3


Tornammo ad Arezzo, dopo aver visitato Assisi, con un piccolo centrino quadrato da regalare alla zia. I miei svenivano all'idea che fossi io a scegliere i regali, perché la lungaggine della sottoscritta era proverbiale. Ma dovevo aver deciso che fosse compito mio. Lo ricordo bene e certo sfruttai l'occasione per immagazzinare la varietà degli ornamenti. Questo era il più tradizionale di tutti, con la classica paperella stilizzata, racchiusa nell'azzurro triangolo.
Non ho impressa la scena della consegna, ma quella immediatamente seguente, in cui lei mi consegnò due libretti, dopo averli estratti con lentezza da un'antica libreria protetta da pesanti vetri opachi lavorati a giglio fiorentino. 
Ricordo gli occhi commossi velati e perlati. 
Non so con esattezza perché. Allora non lo capii bene. 
Uno dei due era l'Album di Adele della Porta, (Punto d'Assisi: insegnamento pratico illustrato, Sonzogno). Tra le pagine, brandelli di carta gialla quadrettata, con greche per fili contati tracciati da una mano esperta, come fossero usciti dalla stampa. E sotto, la nota a mano tremula della zia, che indica l'autore dei disegni: suo nonno.
Ora, che ho vissuto più della metà della vita che allora aveva lei, mi sembra di capire un po' meglio. Ci vedo, in quel velo di lacrime, la consegna di un'eternità in eredità spirituale, che in parte sanciva anche una resa.
Non vana, spero.
Volgo continuamente lo sguardo al passato e agli antichi libretti di ricamo, per l'intramontabile armonia racchiusa in essi.
Se ne trovo, ai mercatini, lascio che mi seducano e corro sull'Antique pattern library nei momenti di depressione.
Non escludo che tanta parte della motivazione debba ricondurla a questa scena e alla mia incapacità di allora di afferrarne il senso.
E seguito a registrare su questa tela i ricordi.
Nei campi bianchi, racchiusi dalla cornice nera su sfondo azzurro, ho immaginato un inserto ad ago, come spesso ho ammirato in ricami umbri e toscani, anche se la tecnica che io ho usato riconduce più al reticello. Non me ne occupavo da tanto e la voglia di tornarci era forte.


Mi ha fatto piacere pensare che questo pezzo, che mi sono concessa come vacanza da un percorso auto impostomi faticoso ed alienante, serva anche a ripercorrere i miei esordi con il ricamo e  a tornare con la mente ai primi corsi di sfilature e reticello e a riappropriarmi di un amore disinteressato per il ricamo che questi ultimi faticosi mesi mi avevano guastato.
Scrollarmi di dosso, per una volta, quell'esigenza, interessante ma un po' superficiale, di produrre motivi rapidi e immediatamente scenografici, necessari ai tempi moderni. Tornare all'antico uso di curare ogni dettaglio e ogni spazio, per esigenze di stile e di economia di interminabili ore di lavoro.
E il tempo corre.
 Oh, se corre! Quasi tre ore e mezza per ogni quadrato.
Forse ricorderete un lavoro di anni fa, che raccontai in questo post...


Dallo stesso libretto ho tratto gli angoli per il lavoro in corso.
Quattro centimetri di buco che avrebbero potuto vanificare tutta l'opera di queste tre settimane...
Tremavo, ma ho tenuto saldi i nervi.
Gli esperti riconosceranno evidenti errori, ma insomma, non mi sento di lanciarlo tra le fiamme. L'inesperienza mi ha giocato un brutto tiro: per squadrare gli angoli ho tirato un filo lato per lato, calcolando i 4 cm. L'orlino a cordoncino, stringendo la stoffa, mi ha allargato il buco di almeno 5 mm. Di conseguenza ho dovuto aggiungere un altro giro interno per compensare l'eccessivo spazio e ricamare quel timone, che ben si adatta a manovrare tutto quel mare azzurro.
Eh, sì...
Ora mi aspettano le due sfilaturone centrali...
Ancora non so che pesci pigliare.

martedì 24 luglio 2018

Ricamare l'Umbria. In viaggio verso Valtopina - 2


Passavamo le vacanze di Natale, Pasqua e parte di quelle estive a viaggiare tra una regione e l'altra per andare a trovare i nonni. 
Nonostante il viaggio in macchina fosse un po' noioso, ho ricordi molto divertenti: canzoni da gita, giochetti da auto, conta delle gallerie in un tratto particolarmente abbondante, sgomitate e pizzicotti tra noi quattro stipati sul sedile posteriore. 
Sapore di vacanza. 
Ogni viaggio una tappa diversa per visitare qualcosa di interessante, grandi feste con i cugini e lo spettacolo di tutto quel marasma di zii e cugini grandi che si accapigliavano in discussioni religiose e politiche. 
Tempi andati.
Più di rado andavamo dalla zia di Arezzo, di cui ho ricordi mitici. 
Abitava sopra alla stazione ferroviaria e che ad ogni treno la casa si scuotesse già era una gran cosa. Ma più di tutto c'era che la stanza in cui dormivamo noi dava su una terrazza e che dalla finestra... Si poteva saltare sulla terrazza. Cosa avremmo potuto desiderare di più?!
Eravamo spesso ad Arezzo in occasione del Saracino. Quattro erano le contrade, quattro noi. Ci eravamo scelti ciascuno una bandiera (io avevo quella di Porta S.Andrea, con croce bianca su sfondo verde) e facevamo gli sbandieratori nel cortile del palazzo della zia.
Se mi chiedeste quali sono le prime cose che mi vengono in mente alla parola Arezzo, vi direi la Chimera, il crocefisso del Cimabue e le salsicce. E la fontana di non ricordo quale piazza, che se tappi con le dita i buchi di qualche zampillo, gli altri schizzano più alti.
Andavo ancora alle Elementari quando, con tappa ad Arezzo, andammo a visitare Assisi.
Della città non ricordo molto. Ho delle immagini che la mente deve aver rielaborato e romanzato. E' tutta azzurra e impregnata di ricamo: i piccoli negozi sovraccarichi, le signore sui gradini a ricamare. Chissà! Magari ne ho viste solo un paio e poi la mente le ha collocate ovunque. Sta di fatto che la cosa deve avermi affascinato al punto da diventare manifesta. Mia mamma mi portò in una merceria e mi acquistò una striscia di lino Assisi, il libretto di Alida Becchetti e Silvana Toppetti, Punto Assisi, (Editrice Minerva) e una matassa di Ritorto Fiorentino. Non vedo l'ora di essere a Valtopina per chiedere alle esperte dell'Assisi per quale motivo mi fu venduto un blu scuro, anziché l'azzurro tipico. Non gliel'ho mai perdonata, a quella signora della merceria.
...E invece sì. Forse l'impulso all'indagine è arrivato proprio grazie ad un fondo di magazzino da svendere, oppure ad un colore della tradizione che però non mi andava, per lo scarso contrasto col nero.


Il disegno con le colombe, che la tradizione attribuisce alla coperta di Jacopa dei Sette Soli, è nel detto libretto e fu uno dei lavori più impegnativi a punto Assisi che feci... Certo niente in confronto a quello che rividi anni e anni dopo allo stand dell'Associazione Accademia del Punto Assisi, alla prima edizione della fiera Italia Invita a Parma.
Solo ora, che ho accostato il lavoro a stuoia alle colombe, mi accorgo di quanto siano simili in stile. Come si muovano con la stessa grazia quei riccioli.
Mai saprò se sono state le Colombe a offrirmi un modello di grazia, oppure se io scelsi le Colombe perché quello era il mio gusto. O ancora se ora ho scelto il soggetto dell'Edizione del Paganini perché, avendo sotto gli occhi tutti i giorni le Colombe, si sia fossilizzato in me lo stile.
Fatto sta che vedo questa continuità che, in un gioco di seduzioni reciproche, forse mi influenza quando, nel tentativo di imparare a scarabocchiare, traccio quei riccioli a filza e a palestrina di corredo alle rose.


Ricamare l'Umbria. In viaggio verso Valtopina - 1



Morivo dalla voglia di andare a Valtopina per visitare la leggendaria Mostra del Ricamo e del tessuto, e il Museo. 
Ma le occasioni non si creano se non le forzi e settembre mi è sempre scivolato come un palloncino dalle mani di un bambino.
Di riflesso, dietro a gentilissimo invito, ho annuito con veemenza a quest'edizione, pensando che sarebbe stata una bella occasione per tutta la famiglia, che avrebbe scorrazzato con l'irruenza della tribù dei Galli per le terre umbre, mentre io, finalmente, riuscivo a coronare il sogno. 
Ora...
Ditemi voi: come mai potrei riuscire a far stare in un bagagliaio tre bambini, le loro valigie, le nostre, tutto l'occorrente per l'esposizione, pazienza e razionalità?
Valtopina o non Valtopina? 
Valtopina o non Valtopina?
Valtopina o non... 
Valtopina?!?!
Ho messo i bambini su e-bay e scovato un paio di inconsapevoli acquirenti. 
Mi sento vagamente in colpa (per gli acquirenti, s'intende), ma...
Ok per Valtopina! 


Il pacchetto espositori comprendeva l'invito a contribuire con un proprio lavoro al concorso Ricamare l'Umbria. Nonostante la proposta mi allettasse molto, le scadenze erano incompatibili con i miei tempi geologici e optai per l'invito collaterale ad esporre nella propria area qualcosa inerente al titolo del concorso.
Seduta sognante davanti ad un taccuino, con la penna in bocca, mi misi a pensare. 
Passai dall'idea di riprodurre un disegno di una ceramica acquistata a Gubbio, a quella di ricamare la parola Umbria con i fiori tipici della zona. 
Poi mi alzai e feci finta di fare qualche lavoro di casa, ben conscia ormai che le decisioni vanno prese a distanza di almeno tre giorni, perché le idee vanno lasciate incubare quiete in quella zona oscura del cervello che possiede capacità divinatorie.
In quei tre (quattro, dieci, ho perso il conto) giorni, alimentai l'incubazione con una serie di liste di cose e viaggi che mi portassero in Umbria. 
E, ad un certo punto, scoprii una cosa elettrizzante.
Mi stava sotto gli occhi. 
E' anche sotto i vostri.
Quando avviai, come conseguenza delle travolgenti esperienze di Toscolano, lo stuoia che in questi giorni vi sto fotografando, già sapevo, e ve lo avrei riferito, ma magari senza cognizione di causa, che lo avrei colorato con i colori dell'Assisi e vi avrei confessato che già ai tempi di Ravenna avevo in cantiere un disegno che cercava di riprodurre lo stile di Assisi, ma con il fondo a stuoia, anziché a croci.
Mi sono insomma resa conto, per questa e altre ragioni, che l'Umbria fa parte del mio vissuto e che, in particolar modo nella sfera del ricamo, ha guidato, spesso con prepotenza, le mie scelte di stile e di gusto. 
E, se non vi dispiace, vi porterei dunque, da Ravenna prima e dalla sponde del Garda poi, nelle selvatiche entroterra umbre e, più lontano nel tempo che nello spazio, nella memoria di viaggi vissuti, che hanno condizionato le mie scelte nel ricamo e, in definitiva, me stessa. 
Ho idee confuse e ricordi sfumati, che ancora non ho messo su schermo. 
Non so che cosa ne verrà fuori.

mercoledì 18 luglio 2018

Stuoia ti odio. Eppur mi brilli...


Post dedicato ai naviganti stufi di sentirmi blaterare come fossi in terapia. Cercherò oggi di essere un po' più pratica.

La filza è il punto più banale del mondo. 
Eseguirla regolare e provare soddisfazione mentre la si esegue è d'altronde cosa rara. La filza è stupida e noiosa. Non ci illude di avere mani sapienti. Ci mette in discussione. Ma ci tocca ricamarla per quella sua leggerezza simpatica.

Il punto stuoia mi fa lo stesso effetto della filza, eppure lo ritengo più degno di attenzione, non fosse altro perché ci permette di ricamare un pieno. 
E poi brilla... 
Oh! Se brilla!

La filza mi limito a guardarla da lontano sfocando lo sguardo, per accettarla... 
Proprio non mi va di perderci tempo. 
Lo stuoia uguale. 
Mentre lo lavoro c'è un che di sporco, sfibrato e irregolare che mi smuove istinti omicidi. 
Ci litigo. 
Quando torno però facciamo sempre pace, a meno che la lampada non rifletta nel modo sbagliato.
Le funeree linee nere che fanno sprofondare gli arabeschi nella stoffa, con l'avanzare dello sfondo blu salgono in superficie e prendono vita. Le porzioncine di stoffa racchiuse tra le linee, pur essendo fisicamente sottomesse, si proiettano con prepotenza verso l'alto, sfidando lo sfondo. 
Bellissimo.

Purtroppo per metà questo striscione è ricamato maluccio. 
Dovevo correre. 
Vi sembrerà forse grande, a causa degli inganni degli schermi, ma in larghezza il motivo principale misura 15 cm. Una piccolezza. 
Tanto per darvi un po' di numeri, ho fatto fuori 5 matassine di DMC 322 a due capi per lo sfondo e la bellezza di circa 25 ore per ricamare tutto lo stuoia (due moduli principali, più i sei rettangolini centrali). Purtroppo non avevo conteggiato l'erba.


La metà malvagia, più che dalla fretta è stata dominata dall'improvvisazione. Andavo un po' a naso e, nonostante il mio naso non sia certo trascurabile, l'insoddisfazione era palpabile. Nell'ira di quei giorni ho strillato ai bambini più che mai, con l'evidente vantaggio di ottenere le camere in ordine.
Non tutto il male viene per nuocere.
Più le ore passavano e più la fretta alterava la mia attenzione, più gli intervalli tra i lunghi fili tirati si facevano evidenti.
Riuscii a farmi sistemare anche il salotto ed aspirare il tappeto.
Infine mi obbligai a pensare con un bicchiere di acqua e ghiaccio tra le mani e forse forse una piccola regoletta mi è saltata fuori. Non sto a illustrarvela troppo perché va ancora raffinata, ma, in sostanza, sembrerebbe essere una buona idea allungare bene il punto di fermatura, portandolo alla misura dei piccoli intervalli che si ripeteranno lungo il filo, cosicché, al giro seguente, i punti si incastrino perfettamente negli spazi vuoti del precedente giro. 
Se non altro, avere una regola non fa perdere la mano al sopraggiungere della stanchezza e si ricama un po' più rilassati. 
Il problema è che adesso ho la casa che è un disastro.

mercoledì 11 luglio 2018

Senza ammenda e con più vaghezza



Eravamo giunti a Toscolano con il battello, scrutando il cielo in cerca di indizi su quanta acqua si sarebbe riversata su di noi, che avevamo solo un paio di ombrelli e tutta l'impresa da compiere a piedi. 
I tre inconsapevoli erano impegnati a dare nomignoli improbabili alla nidiata di anatroccoli stanata nel porto e mi auguravo che nel tragitto incontrassero famigliole di gatti, cani, volpi e quant'altro ci concedesse che si sviassero da frigne di camminate troppo faticose.
In realtà, fuori allenamento come eravamo, non ricordavo che la natura è il loro elemento e che macinano chilometri senza fiatare, mentre la città li trasforma in irritanti pupattoli capricciosi.
E il tragitto dal porto al Museo della Carta era decisamente alla loro portata (e soprattutto a quella del marito...).


Il primo edificio, che comprende l'ingresso, è dedicato alla storia più antica e riguardo alla produzione della carta avevo già fatto cenno nel precedente post.
Il percorso si conclude con una mostra intitolata Senza ammenda e con più vaghezza.
La mia mente era distratta dal formulare il titolo che avrei dato al post sull'ignobile fine degli stracci ricamati e la soglia dell'attenzione era ormai in calo, come tristemente succede in tutti i musei, al superamento delle prime poche stanze, se ci abbandonano a noi stessi senza una guida.
Dunque mi bloccai di colpo soltanto quando scorsi, tra le pagine di quegli antichi libroni e libbriccini, alcune iniziali di incipit, dall'aria fortemente familiare.



E cominciai ad agitarmi, pensando che avrei dovuto chiedere allo shop se avessero una collezione di iniziali e disegni...
Ma dentro di me qualcosa mi diceva che... Io già li avevo.
Mi girai a guardare con ritrovato interesse la locandina della mostra.


Alessandro Paganini (1517-1538), tipografo, editore, disegnatore...
Ma io... Forse già ti conosco... 
No, dai! Impossibile!
Fotografai il fotografabile, scoprii che allo shop avevano solo qualche segnalibro con un paio di lettere, mangiammo al bar un panino (scampando quell'unica mezzora di pioggia!) e rimandai l'indagine al mio ritorno a casa, perché avevamo da arrivare alla Stretta dei Covoli.
Al mio ritorno impiegai pochi minuti per verificare la mia teoria, che nel viaggio si era articolata, ricomponendo le tessere del puzzle.
Il Paganini era davvero l'editore di una delle primissime risorse, che ai tempi dell'avvio della rete, avevo scaricato con intensa gioia, per la qualità eccezionale dei disegni contenuti nell'opera e per le affascinanti immagini di antiche ricamatrici impegnate nel riporto del disegno. Già avevo usato una di queste illustrazioni sulla presentazione del corso base e ipotizzato, con uno dei disegni, un lavoro a trapunto fiorentino. Avevo ingrandito molto l'immagine, ma poi avevo accantonato l'idea.
Più volte, però, nel tempo, mi ci ero rifatta gli occhi sopra.
Ecco uno dei molti link per scaricarlo, anche in pdf: Il Burato, Libro de recami, P. Alex. Paganini.
E la mente, con un divertente gioco di illusioni, ha raccolto questo vissuto, combinando gli eventi come manifestazione di una fatale percorso guidato dal destino, trasformandolo in motivazione.
Senza pensarci troppo, in barba alle scadenze, ho ingrandito il primo disegno del libro secondo (15 cm di larghezza) e l'ho riportato speculare su una striscia di lino.


Finalmente riprendo gli esperimenti sul punto stuoia, iniziati a Ravenna e temporaneamente abbandonati, con le mani, mai col cuore. 
Li riprendo a Toscolano Maderno e so già quale sarà la mia prossima tappa.
Ma questa è un'altra storia.


lunedì 12 marzo 2018

Coincidenze e incontri


Ho resistito a lungo, agli esordi del blog, ad iscrivermi a Facebook.
L'ho fatto poi per comunicare con le mie sorelle e i nostri post allora si riducevano alla condivisione di esilaranti video su bambini maldestri, articoli sulle pessime madri per il gusto di taggarci e trailer di remake di film vecchi e nostalgici. Una ristretta cerchia di amici e conoscenti a cui chiedere se da quelle parti piove.
A giorni alterni mi chiedevo se chiudere il blog o promuoverlo. 
In un giorno pari decisi di collegare il blog a Fb e a dare un cognome alla vaga elisabettaricami scritto tutto attaccato e minuscoloSulla mia incapacità di trovare nomi originali dovremmo scrivere un post. Anita è molto brava invece, ma allora aveva solo tre anni e il massimo che fu capace di produrre fu battezzare il suo peluche Ciccia Matta.
Da quello strano giorno la mia ristretta cerchia di amici e parenti è scomparsa dalla mia bacheca, sommersa da pezze ricamate in ogni parte del mondo. Fb è diventato comunicazione e Google Translator il mio tasto destro. 
Divertente e straordinario. 
Scorro quotidianamente un cumulo variegato di post e silenziosamente rido, piango e impreco a causa di essi. 
A me piacciono i post che mi fanno ridere e quelli pieni di poesia. 
Ma la poesia vera e propria io non la capisco. E' un linguaggio alieno che neanche Google Translator riesce a farmi intendere. Dunque impropriamente forse chiamo poesia quella capace di farti rallentare per un attimo il dito sulla rotella del mouse, inclinare la testa come per scrutarla o leggerla meglio, avvicinarti al monitor per cercare un contatto e paralizzarti per pochi secondi eterni in quello stato di illuminazione in cui sembra di essere venuti finalmente a capo di tutto o, al contrario, di sentirsi perduti nel mistero. Non solo parole e frasi, ma anche immagini, e video.
Poi, certo, spalo anche una gran montagna di spazzatura.
Condividi tu che condivido io, mi imbatto un giorno nei lavori di Patrizia Silingardi di Homebazipat e sento la mia rotella del mouse rallentare. Scruto un profilo ibrido che mi incuriosisce. 
Ora ricama, ora dipinge. 
La pioggia di foglioline verdi leggere mi evoca fresche passeggiate in riva ad un lago e il nome mi si fissa nella memoria. E io sono una di quelle che numeri e nomi proprio non li tengo (e ho anche il coraggio di sgridare Anita per lo stesso deficit genetico...).
In uno dei miei corsi chiedo se il portaoggetti dipinto è di Patrizia e mi confermano che Sì, lo è! La conosci? No, l'ho vista su Fb.
Scopro che ad Abilmente ottobre c'è, dirimpettaia della mitica Laura Tremolada. Mi fiondo da quelle parti per salutare Laura e prendere in giro invidiosa le sue imprese titaniche di allestimento e per conoscere Patrizia. Per insondabili associazioni mentali che si giustificherebbero solo scavando in terapia la mia infanzia, mi attendo un donnone mascolino piuttosto attempato.
Patrizia non offenderti, ti prego! 
A me hanno detto che mi immaginavano come una vecchietta esile con la gobba, lo scialletto e le perle...
Te la scopro, ridendo tra me e me di me, decisamente femminile, giovanile e... Scattante. 
Entusiastica e frizzante. 
Senza saperlo eravamo grandi amiche su Fb e ci conoscevamo già alla grande. Probabilmente eravamo già anche state al cinema e a ballare insieme.
In un fiume di parole, con i minuti contati per l'imminente apertura della fiera, diventiamo grandi amiche anche nella realtà. Tanto che lei mi regala una bella striscia da tavola dipinta nello struggente addio della domenica sera. 
Adesso che ci penso, io neanche le avevo offerto un caffè.

Con questo regalo si è innescata una relazione magica, che vorrei raccontarvi piano piano attraverso i prossimi post.
Tutto nacque dalla voglia di ricamare sopra alla pioggia di foglioline, con un misto di reverente imbarazzo e incandescente opportunità di correre su vie già tracciate...
E quando ti ci butti senza pensare, a volte percorri strade consuete e ovvie. Questo primo approccio superficiale mi portò a ricamare piccoli fiorellini alle intersezioni di alcuni rami. Un po' per sperimentare questa variante del punto vapore, un po' con quella soddisfazione, che ogni tanto ci vuole, di sapere che me la sarei cavata in poco tempo.
Avendoci messo davvero poco tempo e avendo provato un gran piacere all'illusione di ricamare in riva a quel lago, mandai un imperioso Wapp alla Patrizia dicendole che sarei stata a Modena di lì a breve e che mi facesse trovare pronto uno gnocco fritto.
Vi racconterò nel prossimo post di come riuscii a scroccare cena e caffè. 
Ci avete ragione... Almeno questa volta avrei dovuto offrirlo io.

sabato 10 dicembre 2016

Conchiglierie: improbabili sperimentazioni


Meditando sulla dubbia utilità dei campionari già discussi, presi per buona l'idea che restringere la cartella colori avrebbe portato a comporre abbinamenti per me inusuali. 
Dettai le regole del gioco: scegliere soltanto alcune sfumature, adattarle ad un lavoro meno complesso del punto pittura e delle iniziali fiorite, dare un senso alle mie scelte.
Decisi dunque di trovare nuovi colori per le mie rose e di utilizzare un vecchio centrino acquistato qualche anno fa ad un mercatino di beneficenza e che stava ammuffendo nel cesto dove tengo il vaso dello zucchero.
Rigirai tra le mani i campionari e decisi di scegliere quattro combinazioni di colore, da usare per ciascun angolo: rosa, giallo, azzurro, lilla, più un paio di verdi di collegamento.
Allineai i campionari e decisi di optare per le tonalità in assoluto più chiare, perchè sono sempre restia ad utilizzarle ed era ora che ci provassi.


E ricamai per ciascun angolo un solitissimo archetto con tre roselline. 
Rispetto ai miei soliti lavori questo appariva sbiadito, ma romantico e interessante.

Mentre lavoravo pensavo che la stoffa bianca avrebbe offerto lo sfondo adatto per colori così chiari, perchè sarebbero spiccati senza venire smorzati da un fondo più scuro. Ma ad appoggiare i fili su altri sfondi nacque furtivo il dubbio che ragionassi per preconcetti.
Ormai drogata di campionari, ne eseguii un'altro...


Rivestii dei cartoni con tessuti di colore diverso e in ciascuno arrotolai qualche gugliata di filo, con la stessa sequenza. Lo specifico perchè in fiera, dopo averlo raccontato, molti occhi si accesero di interesse e di stupore: pensavano che fossero sfumature diverse. I fondi avevano alterato la percezione del colore. Mi è venuta in mente la questione del calo del lino: tutti sappiamo che il lino cala, come tutti intuiamo l'importanza dello sfondo, ma a fare i conti precisi e a testare il risultato, rimaniamo stupiti. Capii l'importanza di queste prove, soprattutto per fini didattici.


Il risultato, almeno secondo le mie capacità percettive, fu che il bianco e il nero esaltano i colori, come previsto. Ma che i colori mediani (diverse varietà di ecrù) li rendevano più naturali e a mio parere più gradevoli. Questo non l'avevo previsto.
Dovevo dunque fare un altra prova e scelsi quello stesso lino Bellora ecrù-grigio della tovaglia delle feste...


Siccome nel frattempo avevo fatto un corso di cartonaggio di cui presto vi parlerò, riuscii a rivestire il cuore di cartone senza incollarmi i capelli e a sperimentare l'effetto dello sfondo più scuro, nonchè il mettere tutti i colori in un'unica composizione.
In fiera qualcuno mi chiese se quei fazzoletti (avevo ripiegato la tovaglietta come in foto e poteva in effetti essere scambiata per una serie di fazzoletti) fossero antichi e questa domanda ancora mi risuona in testa e cerca una spiegazione cromatica. La cosa curiosa che mi trovai a spiegare è che, quando decisi di selezionare le quattro tonalità, di fatto in qualche caso pescai, nella cartella colori originali, in sfumature che vengono catalogate come altri colori. Mi spiego meglio con l'esempio dell'azzurro. Avrete spesso cercato un azzurro (o un rosa) baby tenue, finendo per trovare colori a vostro avviso troppo carichi. Magari no, ma a me è successo molto spesso, con grande frustrazione. Le rose azzurre di questo lavoro si compongono dei filati DMC 415 e 762. Se avete una cartella colori, potrete facilmente scoprire che in realtà si trovano nella gamma dei grigi. Io non li avevo mai presi in considerazione.
I rosa (543 e 3864) stanno in quella dei marroni. 
Io in questo racconto li ho chiamati azzurri e rosa perchè in quel selezionato sistema di colori delle conchiglie così mi apparivano, ma evidentemente è una suggestione soggettiva, dovuta al fatto che manca il confronto con quelli che comunemente chiamiamo azzurri e rosa.
Insomma credo di aver dato senso ai miei campionari e credo anche che questo approccio al problema sia estremamente interessante. Forse ad aver studiato arte e pittura certe cose si sarebbero imparate, anzichè apprese per via sperimentale... Ma l'approccio ai colori nei testi è estremamente complicato. Lentamente coprirò i miei buchi.
Tenete d'occhio il blog filitralemani.blogspot.com, perchè l'Associazione sta producendo una serie di campionari che faranno senz'altro riflettere!


Il cordoncino è ottenuto arrotolando i mulinè. Siccome tanti non l'hanno mai fatto e mi sono trovata spesso a spiegarlo, ecco un sito in cui è spiegato il procedimento. Io sostituisco il compagno che regge una delle matite con la maniglia della porta. No, dai! Non è misantropia... Solo praticità! 

lunedì 7 novembre 2016

La tavola delle feste Pink Christmas


Passano frettolosi i giorni e, se non mi decido a partire con il racconto garantito dei giorni ad Abilmente Vicenza, finisco per dimenticarmi tutto e per non ricordarmi più se ci sono davvero stata o meno.
Partirò dalla tavola delle feste, allestimento collaterale che mi gettò nel panico più assoluto poche settimane prima della fiera e cioè quando mi fu comunicata la mia partecipazione. 
Già trovare piatti decenti sarebbe stata un'impresa... 
Ma il vero dramma era ed è che io e il Natale, ve lo devo proprio confessare, non andiamo tanto d'accordo. L'idea di strapazzarmi in un fine settimana a ricamare decori in rosso e oro mi faceva mancare l'aria. Tanto più che avevo ancora sulle labbra il sale del mare e tra le mani le mie conchiglie.
Mi tuffai nel mucchio ancora da stirare dei miei vecchi ricami, lanciando in aria alla rinfusa oggetti poco consoni ad una tavola e selezionando il selezionabile. Scuotendo sconsolata la testa scoprii che tutto ciò che mi rimaneva erano brandelli di ricami rosa.
Da questa triste storia fatta di disaccordi con il Natale e risorse carenti, nasce la tavola Pink Christmas.


Tovaglietta bianca preistorica e segnaposto già visto, lo so.
Ma ecco l'inedito pezzo forte! 
Nel già citato fine settimana di entusiasmante terrore, mi divertii a ricamare e a costruire un menù, che immaginavo avrebbe potuto rendere elegante la scena...


E siccome vi trascuro da un po', ho deciso di mettervi qui disegno e colori per farmi perdonare.


Ho ricamato con il rosa DMC 224 la scritta a punto erba a spessori variabili e con il 3053 gli archetti a punto mosca e i tratteggi in verde. Sempre con il 224 ho ricamato a punto vapore il centro delle rose, mentre con il 948 i giri esterni e i boccioli. Con il 3022 le foglie delle rose a punto margherita e con il 746 i nodini sparsi.



Tanti in fiera mi hanno chiesto con quale tessuto io abbia realizzato tovaglia e tovaglioli. Ebbene sembra essere un lino 206 di Bellora alto 2,70 m. Io lo compro al vicino Giesse Scampoli, ma non so se tutti i Giesse hanno i listini come questo.

Mi è stato anche chiesto di spiegare come io abbia ricamato l'orlo.
Ehm... Coff, coff... 
Ho tossito parecchio, ho fatto finta di non capire, ho improvvisato un punto parigi dell'ultim'ora e poi... 
Perchè proprio le bugie non le so raccontare... 
Ho dovuto confessare che l'orlo è fatto a macchina. Certo passerò alla storia come quella che ha piazzato nel salone del ricamo di Abilmente la tovaglia finita a macchina, ma... L'alternativa era il tavolaccio nudo e crudo e vi assicuro che non sarebbe stato uno spettacolo di maggior buon gusto. Comunque negli angoli una roselletta ce l'ho messa e vi dirò che, dopo aver confessato il malfatto, qualcuna mi ha pure detto Che peccato! Mi piace proprio come è venuto. Si può fare anche a mano?

Ok! veniamo al CD, così nel gran finale riesco anche a farvi ridere...


L'idea di partenza prevedeva anche della carta musica con le note di White Christmas stampigliate sopra. La stampa era orrenda e anche le composizione non prendeva forma, così rimase solo il CD. 
A mia discolpa posso dire che nacque principalmente come esercizio per scritte curve. 
Sapevo che su Word, selezionando WordArt si potevano distorcere scritte ad arco, con qualsiasi font. Per provare seguite il seguente percorso:
Inserisci... WordArt... Trasformazione. Così arriverete ad avere il vostro testo inscritto in un cerchio. Il problema è che la distorsione la ottenete trascinando un cursore che ancora non ho capito che ruolo gioca e con quali regole. Di fatto non sono riuscita ad arcuare a dovere la scritta come volevo e, se qualcuno di voi fosse tutta pappa e ciccia col cursore... Vi preeegooo... Si faccia avanti!
Ora vi lascio ridere con calma. 
A presto con il capitolo1 di Conchiglierie: un'improbabile collezione!

giovedì 24 dicembre 2015

Tempo di bilanci e di auguri


Per prima cosa ringrazio di cuore i miei dolci incubi: tutte coloro che mi hanno scritto chiedendomi che fine avevo fatto e che mi hanno spronato a scrivere un post.
Tranquille! Sono viva, vegeta e operosa.
Ho fatto lunghi lavori a mano, che posterò quando potrò, e ho ripreso a lavorare a macchina e a scrivere su acuscripta.blogspot.com, perchè ho perso la testa per un alfabeto lussureggiante, che mi ha dato l'opportunità di produrre i miei regali di Natale. Lo so che è un controsenso. Ma si fa quel che si può.
Ma in questo blog si parla di ricamo a mano e parto con questa G fatta di nastri...



Vi ricorderete della mia E di prova con i nastri sintetici... Essendo questo un lavoro su commissione, ho ovviamente cercato materiali più nobili, comunque alla portata di tutti: nastri in raso e filati DMC. Il problema dei nastri in raso è che sono molto più spessi dei nastri di seta usati per il silk ribbon e dunque il repertorio delle parolacce che uno solitamente possiede non copre la gamma di arrabbiature che comporterebbe il far passare attraverso la stoffa un nastro di raso con dimensioni medie.
No problem con il ragnetto!
Per le rosellone, in sostanza, ho soltanto appuntato sul dritto della stoffa il nastro, facendolo passare a rammendo su cinque lanci di filo (ragnetto), come meglio spiegato in questo sito. Ho tinto i nastri con i colori per seta, al fine di sfumare un po' la monotonia.
Boccioli e nastrini sottili sono invece passati abbastanza facilmente. La terra ha tremato solo per pochi istanti.
Rametti a punto mosca e nodini per far pace con il mondo... Che delizia!

Tra un nastro e un punto mosca, ci ho infilato alcuni lavoretti, simili ad altri, ma con nuove identità...


Io tergiverso, ma prima o poi dobbiamo tirare le somme dell'anno in corso... A dicembre bisogna verificare se i propositi per l'anno nuovo sono andati a buon fine.
Non ho il coraggio di rileggere il post di inizio anno, ma riguardo a quello che ricordo di aver scritto, sono sicura che:
- non sono dimagrita (eh, eh...);
- ho cucinato una lasagna per la Prima Comunione di Anita (una basta e avanza, dunque non lo farò mai più);
- il mio anno non ha brillato gran chè, neppure per perline e paillettes.

A proposito! Mi accorgo solo ora di non avervi fatto vedere le pessime foto delle bomboniere di Anita!


Il tempo stringe, Natale è tra poche orette e io vi saluto, con una valangata di auguri da spargere ovunque, sperando che il traduttore automatico sia in grado di farlo. Ho cose da raccontarvi e foto da mostrarvi. A presto! Buon Natale a tutti, tutti!

venerdì 25 settembre 2015

Coincidenze azzurre


Ogni estate finisco per leggere un romanzo di Tracy Chevalier, mio malgrado, inizialmente, perchè la trovavo un po' cruda e vagamente inconcludente. Ma mia madre compra i suoi libri e poi me li infila in borsa e i titoli, le copertine e gli argomenti di Tracy sono sempre seducenti. E in effetti i suoi appartengono alla categoria dei libri che si fanno leggere tutto d'un fiato. Dall'estate scorsa poi ho iniziato ad amare l'autrice perchè, dopo aver letto L'ultima fuggitiva, scoprii che per argomentare l'abilità della protagonista a cucire trapunte, si era lei stessa iscritta a corsi di cucito, finendo per curare una mostra sui quilt dal titolo "Things we do in bed", che ripercorreva nascita, riposo, procreazione, agonia e morte, in un percorso espositivo curioso e intelligente. 
Ma quest'anno ho letto La vergine azzurra. Qui la protagonista del presente e la sua ava del passato sono legate nel racconto dal colore azzurro, che la prima sogna, mentre la seconda vive in turbolente questioni religiose e familiari. Magia e coincidenze permeano il libro e io ne sono rimasta invischiata, finendo per cogliere, come inspiegabilmente a volte succede nei giorni delle lettura e in quelli immediatamente successivi, coincidenze fortuite legate al tema trattato e nello specifico ai riferimenti artistici legati all'azzurro. Non sto a spiegare nel dettaglio i meandri polverosi del mio cervello e le associazioni che ne sono scaturite... Sta di fatto che dal dipinto citato nel testo (la Pala di San Zaccaria a Venezia) sono arrivata alle Ceramiche dei Della Robbia e ne è scaturito un crescente desiderio di tornare all'Assisi... E ad Assisi e a La Verna! Ma per smuovere la tribù ci vorrà un po' di tempo...


Il medaglione che ho ricamato viene dal curioso libro di Raffaella Bartolucci Cesaretti, intitolato Il punto Assisi, tavole edite e inedite di un ricamo antico e che in realtà è una enorme cartella di tavole e non un libro rilegato. Il disegno originale avrebbe avuto il profilo esterno a punto scritto nero, ma dopo averlo ricamato e averlo trovato troppo scuro, lo ho sostituito con l'azzurro. 
Azzurro... Appunto!