sabato 8 dicembre 2018

Il blu quieto e profondo


Non mi lasciano ricamare (quello che voglio).
Il freddo mi paralizza e la sequenza di compleanni, feste dei santi a sorpresa, sovrabbondanza natalizia, frenesie spenderecce tra luminarie e imprecazioni da parcheggio, mi inquietano. 
Non torno indietro a controllare, ma credo che ogni anno, pressappoco in questi giorni, devo aver riversato qui un po' del mio consueto astio natalizio. 
Gingle bells!
La carne è debole... 
Ricamo al suono della mia playlist di canzoncine in tema.

Io con le conchiglie ci sto perdendo la pazienza.
Cioè la sto fortificando.
Tempo fa avevo scoperto che qualcuno (Wallace, 1926) si era preso la briga di definire un modello del processo creativo. 
La versione semplificata della teoria (romanzata a mio uso e consumo) riassume il processo in quattro fasi:
- preparazione: raccolta di informazioni e materiali (entusiasmo alle stelle);
- incubazione: elaborazione mentale conscia ed inconscia delle informazioni e dei materiali (prove insoddisfacenti, errori che alimentano l'istinto omicida, necessità di dormirci su per dipanare il groviglio di frustrazione);
- illuminazione o insight: Eureka! (e magari stai lavando i piatti o aspettando il figlio di turno a karate, ma il lumicino della speranza si riaccende);
- verifica: prove, messe a punto e formalizzazione (non è proprio una porcheria dunque ok, basta, non ci penso più e me lo faccio andare bene così, post su blog e Fb).

E' vero.
E bisogna imparare a non arrabbiarsi troppo nella fase di incubazione: darsi del tempo per partorire l'idea giusta, che tanto se ci tieni a quell'idea, prima o poi una soluzione arriva.

L'importante è dare in pasto al nostro cervello, con un preavviso che, suppongo, dipenderà dalla velocità di elaborazione del proprio software, la domanda giusta... Quello stramaledetto quesito, espresso in forma chiara e semplice. 
Vi tornerà certo in mente la storiella di Alice... Esatto! 
Se non sai dove vuoi andare, non puoi chiedere indicazioni allo Stregatto!

Con le conchiglie il problema sta nel formulare la sequenza di domande giuste: il terreno è così inesplorato, che ad ogni passo sorgono nuovi quesiti. So dove voglio andare a parare alla fine del percorso (lo sapete anche voi, eh?!), ma purtroppo non è possibile partire dal fondo.

E ho sbagliato tutto l'approccio, presa dalla frenesia di partire e dall'impazienza di avere qualcosa di buono tra le mani.
Ho guastato la fase di preparazione lasciando che i quesiti fluissero casuali e affrontandoli con una certa superficialità. Mi sono messa subito a fare prove senza preparare bene un piano d'azione, ho campionato qualche conchiglietta e poi mi sono arenata sui ricci di mare. Volevo ricamarne la carcassa che si trova a volte a riva perché inizialmente avevo una certa idea e poi mi sono arrabbiata e ho cambiato stoffa e l'ho smontata dal telaio che avevo deciso di usare piena di buona volontà e lo sconforto mi ha fatto rovinare tutto e, e, e...



E vabbè. 
Non tutto il male viene per nuocere.

Dalle ceneri dell'insoddisfacente fase di incubazione è sorta un'idea. 
Non certo un'illuminazione, ma la traccia appena appena abbozzata di una strada perseguibile.

Dopo aver scosso il capo disgustata e sconsolata alla vista della mia prima piccola composizione di conchiglie (non ve la mostro perché mi vergogno), scoprii che, al di là della bruttezza compositiva, i colori originali delle conchiglie non mi comunicavano la quieta immensità del mare. 
Mancava il profondo blu.
E non volevo dipendere da una stoffa blu.

Arrivai alla conclusione che dovevo smetterla di pensarla noiosamente scientifica e che dovevo alterare di grosso il punto di vista, affidando alle conchiglie le vibranti note marine.
Mentre ragionavo su queste cose, ripensavo al mare e ai miei primi soggiorni marini e mi venne una gran voglia di usare certe foto subacquee che avevamo fatto con una macchinetta usa e getta io, mia sorella e i relativi morosi. Trovate con inaspettata facilità, decisi di usarle per la mia prima palette del mare. 
Le foto sono vecchie, i colori alterati e sbiaditi. 
Ma parto lo stesso con la Follonica 2001.

Anche perché ho scoperto che...
Nel mio libro, tra le varie palette, quella che mi è sempre piaciuta di più è la azzurra su fondo nocciola con cui ricamai la I.
Forse inconsapevolmente sono sempre andata in cerca del mare.







sabato 1 dicembre 2018

Imperscrutabili vie...


Giusto ieri raccontavo che avrei lasciato il mio orticello incustodito...
Eppure guardami oggi come ti lancio una nuova iniziale di fiori. 
Non prendetemi più sul serio.
E' colpa di mia mamma, che cuce scatole per colpa di Carla, che l'ha avviata all'arte in fiera per colpa infine mia che ce l'ho portata. 
Candidamente aveva esclamato alla platea che per il coperchio le avrei senz'altro dato uno dei miei ricametti.
Quando mi incastrano così, cerco di approfittare dell'occasione per spuntare la mia lista delle cose da fare prima o poi o probabilmente mai.
Alla voce Fregare l'idea alla Gisella sorrisi soddisfatta, onestamente rasserenata all'idea di fare una breve vacanza dalle conchiglie, che, come avremo modo di argomentare ben presto, si stanno rivelando complicate. Il metodo di studio che ho intrapreso, decisamente poco scientifico, ma estremamente divertente, è basato sul caso. Lascio ai sensi la selezione delle informazioni e quello che ne esce fuori è una forza creativa interessante che svia dal tema principale, ma produce idee.
Tornando al mio furto conclamato, la mitica Gisella G. aveva ricamato delle bellissime lettere, mescolando il punto pittura e i fiorellini e dal primo momento che le vidi la informai del losco proposito di imitarla. 
Sono partita da una L del capitolo delle L del Libro delle lettere di Liliana Babbi Cappelletti. 
Lo ho un po' snaturato e ho scelto i colori basandomi su un brandello della stoffa della scatola (già cucita e impaziente...).


Il giro stretto delle tre anse basse delle L si è rivelato un esercizio duro e utile per il pittura: una terribilmente affascinante sfida.

Visto che ci sono e che al libro mancava una palette su questi toni, aggiungo qui i colori. Sono un po' cupi, ma adattabili forse a casi simili a questo.

Holly hock/Rosa Marina DMC 223, 370, 3721
Daisy/Margherita DMC 950, 152, 830
Lavender/Lavanda DMC 3726, 370
Ciclamen/Ciclamino DMC 815, 869
Rose/Rosa DMC 223, 152, 838
Myosotis/Non ti scordar di me, DMC 815, 152
Gypsophila/Gipsofila, 830, ecru

Palette pittura: DMC 838, 869, 830, 370, 422

Tessuto Graziano 6262 color Panna.


mercoledì 14 novembre 2018

Un anno nella casa estrema


Henry Beston si fece costruire una casa sulle dune di Cape Cod nel 1925.
La battezzò Fo'Castle (Castello di prua), per la vista che scorgeva dalle dieci finestre affacciate sul mare.
Era l'inizio dell'autunno e, nonostante avesse progettato di soggiornarvi per una quindicina di giorni, finì per decidere di passarci un anno intero.

Mi ci imbattei per sbaglio.
Il giorno dopo Abilmente, sfinita, ma colta da una febbrile necessità di trovare il modo di ricominciare, decisi (per caso o per un inconsapevole impulso covato da tempo) che avrei dedicato un anno alle conchiglie e al mare.
Mi immersi nella polvere della soffitta per recuperare un paio di collezioni di conchiglie, restaurai i miei campioni scollati e portai a termine un noiosissimo libro in corso, leggendo una riga sì e cinque no, per arrivare a fondo presto e scegliere qualche nuova e più appropriata lettura, che mi calasse nella giusta atmosfera.
Se vantassi una grande cultura letteraria, farei sfoggio di un consapevole programma ispiratore, ma i pochi titoli marinarecci che mi vengono in mente evocano buie e deprimenti memorie scolastiche e un ritrito scenario di pirati strafatti di rhum.
Per una rinascita mi serviva quello sfavillio della luce sulle onde che porta il vento della novità e dell'incontro fortuito.
Estrassi dalla rete La casa estrema.
Trovai seduttiva la coincidenza temporale del viaggio di isolamento nella casa estrema e le ragioni della fuga. In una casa ai confini del mondo e affacciata alla furia dell'Oceano, per cercare pace e adeguarsi al ritmo naturale del tempo, fatto di attesa, di limiti umani e del peregrinare del sole nel cielo, meraviglioso rituale. Rifugio dai ritmi accelerati della vita quotidiana e dal mondo malato e infiacchito. Per tornare a pensare e a mettere ordine ai pensieri.
In una solitudine estrema, ma rigenerante.



Varchiamo la soglia della casa estrema ad ogni nostro primo punto.
Non è l'onda del mare e risuonare nella nostra mente, ma una tempesta di pensieri che si rovescia fragorosa nel petto e, punto dopo punto, si placa. E quando l'oppressione viene meno, vediamo la marea lentamente ritirarsi, nel buio rischiarato dalla luna e dalle stelle.

Font Candire, DMC 3799, punto indietro spezzato, tessuto F.lli Graziano, lino 6262 Melange

E così è che inizio a cercare tra le dune le assi buone di antichi relitti per erigere la mia casa.
Ci si dovrà passare un anno e sarà bene che venga fuori abbastanza grande. Con dieci o più finestre. So che inizieremo ricamando conchiglie, ma poi sarà tutto da vedere: mi lascerò guidare dalle idee casualmente trascinate a riva dalle mareggiate.