giovedì 9 agosto 2018

Ricamare l'Umbria - In viaggio verso Valtopina, 5


Mi sono uscite delle onde del mare lungo tutto il profilo del bordo.
Ero partita con la volontà di ricreare uno di quei motivi ornamentali che decorano con leggiadra lussuria i pezzi a punto Assisi: ci doveva stare dell'azzurro da ricamarsi con un punto alternativo al croce e alcuni elementi in nero a punto erba, anziché scritto. Questo è un vecchio lavoro, che raccontai qualche estate fa qui.


Avevo il palestrina in testa e la costruzione del decoro doveva tenerne conto.
A far le cose fatte bene, si sarebbe dovuto progettare un ornamento minuto e ricco, senza troppo rilievo. Ma io qui avevo i minuti contati (si vabbè... 15 minuti a ricciolo, 40 riccioli, 600 minuti, 10 ore) e da sfogare diverse necessità, nonché caparbiamente registrare le associazioni mentali che mi portano con le fantasticherie in Umbria.


Il palestrina un po' ciccione mi serviva ad evocare i rilievi rustici dei ricami tradizionali, come il Punto Umbro o Sorbello. Scoprii la tecnica grazie allo stand di Giusy Federici a Parma, ammirai le foto dei lavori originali sul libro di Genevieve Porpora (Punto Umbro Black &White), corsi a vederli di persona a Perugia, alla Casa Museo Sorbello, piansi di commozione e invidia davanti alla postazione di ricamo della Marchesa Romeyene Ranieri di Sorbello, pianse Anita quando si sfracellò, piccoletta, sulla scala della piscina in un campeggio sul Trasimeno. L'infermiere di Castiglione del Lago, che le suturò la ferita, stava per diventare padre per la dodicesima volta. Io non c'ero perché avevo Alfredo neonato, ma mi raccontarono che se la risero parecchio, ipotizzando di cucire la ferita a punto Assisi. Mbè... Credo che Anita in realtà non ridesse. Se le dico Trasimeno fa Bleah! e si porta la mano al sopracciglio. 
Il palestrina non è un punto caratteristico del Punto Umbro, ma ne evoca i rilievi e mi piace tornare all'associazione punto stuoia-palestrina del ricamo prenestino. Ho ricamato le onde a tre fili di mulinè.
Azzurro mare, onde...
Non credo sia un caso.
L'infanzia spensierata delle vacanze (la mia) è mare. 
Con l'Isola d'Elba all'orizzonte e la sabbia nera dell'ematite di Populonia. Le tombe etrusche e le statuette di bronzo dell'Ombra della Sera, l'odore dei pini e dei pinoli. Le cicale.
In Umbria il mare non c'è, ma ricordo esattamente il giorno delle Elementari in cui lo dovevo imparare. Curioso cosa rimanga in mente. E chissà che tutto questo azzurro ad Assisi non servisse a portarlo proprio in piazza, il mare.
A ben guardare le onde sono solo i miei soliti riccioli, che si intersecano come le volute dell'arabesco su fondo stuoia.
Agli angoli, le lunette col punto ad ago simile al reticello. 


Erano nella stessa pagina degli angoli già ricamati al centro e morivo dalla voglia di provare una sagoma diversa dal quadrato.
Attorno, tutto un giro di punto quadro. Quello vero (solo perché fu il primo che imparai!), con tre diagonali a rovescio. 
In una delle occasioni ad Arezzo, andammo a trovare dei lontani parenti al di là della ferrovia. Una famiglia numerosa, con tanti figli dai nomi bizzarri. Io giocavo con la più piccola e con il suo cane. La casa della sua nonna era favolosa: ogni stanza aveva un nome legato ad un'epoca e ad una località. Non ricordo altro che il salottino francese settecentesco tutto d'oro. Ma non posso garantire che il ricordo sia autentico. Giallo oro era pure (e siccome ancora ce l'ho tra le reliquie d'epoca, questo al contrario è dimostrabile), un quadrotto di grosso lino a fili contati, con cui quella nonna non mia mi insegnò il punto quadro. Ricordo un mezzo viso, la mia compagna annoiata perché abituata a quell'attenzione e la mia bramosa invidia per quella consuetudine sua, in quella mia fuggevole occasione. A ben pensarci, quell'immagine mi ha sempre lasciato la frustrazione di non appartenere ad una terra di tradizioni e, nel tempo, il rammarico di non potermi vantare di una tradizione alle spalle. 
Anche se a tutt'oggi, per diverse ragioni, la considero tutto sommato una fortuna.

Io adesso però devo partire.
Sfreccerò oltre il luogo in cui ci vedremo a settembre, ma con me porterò questo sudario. Ero ottusamente convinta che lo avrei terminato prima di oggi e invece mi accompagnerà ovunque. Vorrei aggiungere un paio di cose ancora, una delle quali mi è stata vivamente sconsigliata da almeno tre persone. Ho solo oggi per decidere se dare priorità all'estetica o al senso del progetto..

domenica 5 agosto 2018

Ricamare l'Umbria - In viaggio verso Valtopina - 4


Il lunedì e il mercoledì sono i sacri giorni della liberazione.
Quelli in cui i bambini vanno dai nonni e in cui assaporo le vibranti note del silenzio.
Era mercoledì.
Vi avevo appena mostrato l'avanzamento dei lavori, confessandovi di non sapere che pesci pigliare a proposito delle sfilature. Ma in realtà avevo già eseguito quattro giri di giliuccio, perché il punto quadro doveva starci.
Mancava dunque la corsia centrale: trovare qualcosa che si armonizzasse col giliuccio e con gli angoli simil-reticello.
L'imminente libertà, le luci del mattino dense di speranza e una leggera brezza che spezzava l'afa, avevano generato l'illusione che sarebbe stato facile e che entro sera avrei addirittura portato a compimento un'intera fila. Avrei lasciato riposare le dita di traverso sul divano, guardando l'interminale serie TV.
Ahimè!
Ad ogni fallimento le tenui luci del mattino si facevano più intense, la brezza si placava e l'afa avanzava. Annodavo fascetti e poi li guastavo. Li rammendavo e ancora disfacevo. I minuti scivolavano tra le dita e le mie speranze ammuffivano. Il caldo avanzava intollerabile e la furia del ventilatore scompigliava i fili.
I quattro giri di giliuccio avevano vanificato la possibilità di copiare, come estrema risorsa, la sfilaturona del libretto antico (mi avevano lasciato troppo poco spazio - come capii in una delle fallimentari prove). Le annodature a onde, che mi avrebbero concesso qui un simpatico richiamo ai pesci che non sapevo come pigliare, svuotavano il lavoro: gli angoli a reticello, tutti coperti di filo e festone, hanno un colore proprio, diverso dai fili di tela. Col senno di poi, i fascetti a X del giliuccio si sarebbero dovuti eseguire a cordoncino (ma avrei esaurito i miei giorni su di essi).
Avendo costruito la sfilatura con un'idea fallimentare, mi trovavo con un numero di fasci in multiplo di 4 e per gran parte della giornata questo rappresentò un condizionamento non indifferente.
Insomma... Conosco la base delle sfilature, ma non è il mio pane. E ho pagato le conseguenze della mia superficialità.
Come è ben noto, il numero di giorni di frustrazione è direttamente proporzionale al numero di ore perse del giorno di libertà.
L'illuminazione avvenne grazie ad una coincidenza numerologica, che mi concesse di tramutare il multiplo di 4 in multiplo di 3. La prova che feci (nonostante abbia dovuto comunque disfarla 5 volte), non mi procurava più nausea o rabbia feroce e giudicai incoraggiante il carattere leggero del mio disgusto.
Prevengo il vostro irrefrenabile desiderio di scrivere tra i commenti che, se avessi fatto un campione prima, non avrei faticato così tanto, confessandovi di aver, D'ACCORDO!, peccato di superficiale superbia. Credevo che sarei riuscita a trovare facilmente una soluzione, così come ora disegno in quattro e quattro otto una iniziale fiorita. Non ho calcolato che ho impiegato circa sei o sette anni per arrivare a quella destrezza, mentre è sei o sette anni che non ricamo sfilature.
L'esperienza fa la differenza.


Comunque sia, ricamare tutte quelle clessidre mi ha riportato con la mente alla casa della zia d'Arezzo. Sopra alla credenza stava una enorme clessidra con sabbia grigia. Una di quelle clessidre dei film d'avventura, con una cassa di sostegno in legno intarsiato, che generalmente minaccia gli ultimi istanti di vita dell'eroe e che, anche se tutti sappiamo che poi verrà salvato, ci fa lo stesso consumare le unghie dall'ansia... Ricamo davanti alla TV proprio per non rodermi le unghie. Ma quel mercoledì sera ricamai comunque davanti alla TV per recuperare un po' di tempo. Quando riposi il ricamo mi si era gonfiato il pollice e la cosa mi terrorizzò. Mai saprò se fu la giornata di sfilature o la vendetta dell'orchidea stecchita a causa mia (annegamento colposo), che aveva assoldato qualche insetto per pungermi mentre la schiacciavo nell'umido con la mano. Il mio proverbiale pollice tumefatto...
Per fortuna tornò snello in un paio di giorni. Sarebbe stato un disastro stare a  riposo.
12 minuti circa a clessidra. 66 clessidre. 792 minuti. 13 ore.
Nelle ore di silenzio di quel mercoledì ripensai ai viaggi in Umbria successivi alla prima visita ad Assisi e mi accorsi che i miei ricordi si sovrapponevano alle visite in Toscana, come se i confini fossero solo fittizi e la macchia degli etruschi si fondesse con la boscaglia medievale in un continuum, ma recintato, negli spazi limitati della mia infanzia. Vivide nella memoria le selvagge colline di mille colori, per noi esuberanti, avvezzi alla signorile sobrietà delle prealpi vista dal grigiore della pianura.  Vividi anche, tra le vie dei borghi surreali, i colori delle ceramiche in ogni dove, che ammiravo con particolare interesse, come, credo, tutte le ricamatrici.
Non ho mai riflettuto abbastanza sul forte legame tra ceramica e ricamo.
Ora però devo tornare nuovamente all'Assisi. C'è un orlo su cui convogliare i pensieri.

venerdì 27 luglio 2018

Ricamare l'Umbria. In viaggio verso Valtopina - 3


Tornammo ad Arezzo, dopo aver visitato Assisi, con un piccolo centrino quadrato da regalare alla zia. I miei svenivano all'idea che fossi io a scegliere i regali, perché la lungaggine della sottoscritta era proverbiale. Ma dovevo aver deciso che fosse compito mio. Lo ricordo bene e certo sfruttai l'occasione per immagazzinare la varietà degli ornamenti. Questo era il più tradizionale di tutti, con la classica paperella stilizzata, racchiusa nell'azzurro triangolo.
Non ho impressa la scena della consegna, ma quella immediatamente seguente, in cui lei mi consegnò due libretti, dopo averli estratti con lentezza da un'antica libreria protetta da pesanti vetri opachi lavorati a giglio fiorentino. 
Ricordo gli occhi commossi velati e perlati. 
Non so con esattezza perché. Allora non lo capii bene. 
Uno dei due era l'Album di Adele della Porta, (Punto d'Assisi: insegnamento pratico illustrato, Sonzogno). Tra le pagine, brandelli di carta gialla quadrettata, con greche per fili contati tracciati da una mano esperta, come fossero usciti dalla stampa. E sotto, la nota a mano tremula della zia, che indica l'autore dei disegni: suo nonno.
Ora, che ho vissuto più della metà della vita che allora aveva lei, mi sembra di capire un po' meglio. Ci vedo, in quel velo di lacrime, la consegna di un'eternità in eredità spirituale, che in parte sanciva anche una resa.
Non vana, spero.
Volgo continuamente lo sguardo al passato e agli antichi libretti di ricamo, per l'intramontabile armonia racchiusa in essi.
Se ne trovo, ai mercatini, lascio che mi seducano e corro sull'Antique pattern library nei momenti di depressione.
Non escludo che tanta parte della motivazione debba ricondurla a questa scena e alla mia incapacità di allora di afferrarne il senso.
E seguito a registrare su questa tela i ricordi.
Nei campi bianchi, racchiusi dalla cornice nera su sfondo azzurro, ho immaginato un inserto ad ago, come spesso ho ammirato in ricami umbri e toscani, anche se la tecnica che io ho usato riconduce più al reticello. Non me ne occupavo da tanto e la voglia di tornarci era forte.


Mi ha fatto piacere pensare che questo pezzo, che mi sono concessa come vacanza da un percorso auto impostomi faticoso ed alienante, serva anche a ripercorrere i miei esordi con il ricamo e  a tornare con la mente ai primi corsi di sfilature e reticello e a riappropriarmi di un amore disinteressato per il ricamo che questi ultimi faticosi mesi mi avevano guastato.
Scrollarmi di dosso, per una volta, quell'esigenza, interessante ma un po' superficiale, di produrre motivi rapidi e immediatamente scenografici, necessari ai tempi moderni. Tornare all'antico uso di curare ogni dettaglio e ogni spazio, per esigenze di stile e di economia di interminabili ore di lavoro.
E il tempo corre.
 Oh, se corre! Quasi tre ore e mezza per ogni quadrato.
Forse ricorderete un lavoro di anni fa, che raccontai in questo post...


Dallo stesso libretto ho tratto gli angoli per il lavoro in corso.
Quattro centimetri di buco che avrebbero potuto vanificare tutta l'opera di queste tre settimane...
Tremavo, ma ho tenuto saldi i nervi.
Gli esperti riconosceranno evidenti errori, ma insomma, non mi sento di lanciarlo tra le fiamme. L'inesperienza mi ha giocato un brutto tiro: per squadrare gli angoli ho tirato un filo lato per lato, calcolando i 4 cm. L'orlino a cordoncino, stringendo la stoffa, mi ha allargato il buco di almeno 5 mm. Di conseguenza ho dovuto aggiungere un altro giro interno per compensare l'eccessivo spazio e ricamare quel timone, che ben si adatta a manovrare tutto quel mare azzurro.
Eh, sì...
Ora mi aspettano le due sfilaturone centrali...
Ancora non so che pesci pigliare.