martedì 12 giugno 2018

Blandi tentativi di imbrigliare la primavera


Ogni anno la stessa effimera storia.
Svuotata dai noiosi e grigi mesi invernali, allo sbocciare dei primi germogli, mi germoglia l'entusiasmo di fare.
So bene che ormai la primavera è alle spalle... 
Questo è proprio il punto.
Nel giro di una settimana lo spettacolo incalza frettoloso e quella mirabile serie di colori ti strappa dalla tua buia solitudine domestica e balzi ebbra all'aperto e tutto ti conquista. 
Progetti e prometti a te stessa un nuovo inizio e quasi quasi per una settimana tutto funziona e quasi quasi ci credi che un nuovo inizio sia iniziato.
Poi qualcosa turba l'entusiasmo. Qualche acquazzone familiare, gelidi impegni trascinati dall'inverno, tiepida routine.
E in un battito di ciglia i colorati fiorellini si fanno brunastri e fiacchi e le foglie prendono il sopravvento. 
E mi nasce dentro un'inquietudine che si ripete muta ogni anno. 
L'ho sempre vissuta, ma non mi sono mai fermata ad osservarla.
Per anni mi sono sforzata, inconsapevolmente, di registrare l'evento, peggiorando la mia inquietudine, forse nel vano tentativo di afferrarlo per non farlo sfuggire.
Andando con la memoria ai tempi della scuola, ricordo esattamente il momento in cui riuscii a dare un nome all'arbusto ritratto in foto e nel ricamo. 
Chaenomeles japonica
Il cotogno giapponese.
Allora avevo deciso, allo scoccare della primavera, che avrei fatto un erbario per imparare a riconoscere le piante. 
Per me è primavera quando si accende il roveto ardente.
Ancora vivo anche il ricordo di me, che passeggio a Novara con l'idea di registrare ogni anno la data delle fioriture. E, nello stesso punto, davanti alla siepe del gelsomino, che spingo la carrozzina di Anita, ricordando l'anno precedente, finalmente conscia che non avrei rispettato la promessa.
E, da allora, dodici anni.
Ogni anno la stessa effimera storia.
Ve la ricordate questa?


Eccolo lì!
Il destino ha voluto che nel giardino di casa, qui dove sto ora, abiti un enorme, selvaggio ed intricato cotogno, del tutto simile a quello della gioventù. Nonostante un mostruoso rosmarino tenti di soffocarlo, lui cresce bello e alto e ogni anno mi frega.
Concede al gelsomino d'inverno della zia Maria di preannunciarlo, ma poi annienta tutti.
Eccomi nel 2014.



E poi l'anno scorso.


Mi immaginate intenta ad alimentare il mio sketchbook in quotidiana bucolica ispirazione, con una matita tra i capelli? Sbagliato. 
Un bel sogno.
Una settimana, triste ed effimera, all'anno.

E il mio Chaenomels del 2018 riposa a telaio da mesi, ormai. 
Prudentemente lo fotografai col protagonista in fiore.


Ci sarebbe anche uno stumpwork in lavorazione, ma chissà che fine ha fatto. 
Sono in fondo contenta di averlo perso. 
Riordinando, in un qualche freddo momento, potrebbe farmi tornare la primavera.



giovedì 7 giugno 2018

Non mollare mai il pittura!


Ancor prima del gran fiore rosso e delle mie avventure con la colla tra i capelli, avevo ripreso in mano l'ago sottile sottile con cui ricamare a punto pittura. Per il resto, ricamato a due fili, oppure con il 25, dicono che io usi tronchi. E ci hanno ragione.
Era da parecchio che non ricamavo a pittura, o raso che sia (e se c'è una differenza ancora non l'ho capita, ma per i miei fini è irrilevante - scanso equivoci, per i puristi, io ho adottato la tecnica di Trish Burr).
Ho scoperto una cosa importante.
Se mollo un punto pieno per un po', quando ci torno non mi sorprendo ad imprecare di aver perso la mano. 
Anzi! La paura delle conseguenze dello scarso esercizio destano i miei sensi e rifocillano la mia attenzione, con una resa spesso migliore degli ultimi punti, scoccati a noia. 
So bene che c'è ancora molto da migliorare, ma insomma non vedo arretrare il traguardo raggiunto.
Il punto pittura mi scompensa. E' più facile realizzare un buon lavoro a punto pittura, che un buon lavoro a punto pieno. Il gioco dei colori e l'intreccio dei fili mascherano piccole inesattezze e un occhio poco allenato troverà assai gradevoli molti lavori a punto pittura anche se imperfetti (se mai si potrà parlare di perfezione in quest'ambito). Il punto pieno invece è impietoso e un ottimo lavoro, che presenti  qualche imperfezione, si trasforma irreparabilmente in un discreto lavoro e vedrete, in una persona con animo gentile, un incresparsi delle narici e un serrarsi delle labbra molto eloquenti. La persona meno gentile vi dimostrerà quanto la sa lunga dichiarando che di strada ne avete ancora da fare. In realtà credo che il punto pieno richieda una gran dose di esercizio, ma che, dopo una certa esperienza, sia come l'esibizione dei campioni olimpici: per quanto possano essersi allenati, tutto si gioca in quei cinque minuti, in un concentrato di attenzione, stato d'animo, fortuna. Noi abbiamo il vantaggio che possiamo disfare tutto, ma spesso la frustrazione è così alta che il secondo risultato finisce per essere peggiore.
Però io volevo parlare del pittura.
Dicevo che la tolleranza del pittura è maggiore. Tutti ci si possono buttare e, nonostante, inspiegabilmente, sia antipatico a parecchi, io consiglio di provarci almeno una volta, per sfatare il mito della sua difficoltà. Riscuoterà grande approvazione!
Ho scoperto però che la conservazione dei traguardi raggiunti in termini di finezza della lavorazione, capacità di fondere le tinte e posa dei fili adatta a far brillare le superfici, richiede un costante allenamento... Purtroppo.
Oppure semplicemente non ho raggiunto traguardi consolidati. Vi farò sapere.
Nell'eseguire questo particolare ricamo, dopo aver battuto la fiacca per mesi, mi accorsi di quanto poco le mani andassero per conto proprio e di quanto fossi critica e infelice di quello che stavo facendo. Nel prossimo post mostrerò la prova successiva, in cui mi sentii più a mio agio, soltanto perché tornavano familiari i movimenti e soprattutto l'occhio ritrovava la sua strada. 
L'avevo progettato come campionario per il corso sul punto pittura, ma quest'estate dovrò cercare un soggetto nuovo e più adatto allo scopo. 
Provocatoriamente feci riprodurre al corso i petali di questa Hepatica, copiandoli dalla foto. Nei post dedicati al pittura avevo già accennato a come avessi trovato più interessante, e per certi versi più facile, copiare da una foto, anziché da un disegno acquerellato o dipinto. Appoggiarsi ad una foto ci aiuta a infondere tridimensionalità al disegno nella scelta dei chiaro-scuri e ci impedisce, allo stesso tempo, di riprodurlo fedelmente, a causa della sua difficoltà: siamo dunque costretti a semplificare, ma in modo naturale (rispettando la sequenza dei colori). Credo invece che copiare i punti di altre ricamatrici possa risultare più difficile e fuorviante.
Evito di soffermarmi sulla puerile licenza artistica che mi sono concessa nel disegnare le foglie a fiocco e torno all'esperienza della colla tra i capelli.
Con il pittura sono ancora in fase di campionario. scelgo il soggetto, ricamo il soggetto. Que serà, serà.
Ma per portarlo ai corsi, ci dovevo fare qualcosa.


Le nottate a suon di Messenger con Sophie mi avevano acceso la smania da cartonaggio e mi ero ripromessa che non sarei passata ad un modello successivo fino a quando non fossi riuscita a cancellare tutte le macchie dalla scatola tutorial. E così, lentamente, sto imparando ad organizzarmi. Direi che il segreto sta proprio nella compartimentazione delle zone colla.
Spazio sul tavolo, pazienza e raziocinio. 



Eppure la cerniera ancora trema.
Mi sa che dovrò farne un'altra ancora.


mercoledì 30 maggio 2018

Pensa brillante e scrivi


Panchina del Centro Commerciale
Sotto lo sguardo preoccupato del fruttivendolo
9 aprile 2018

Nel corso delle tristi storie accediamo a facoltà superiori. 
La non troppo, in fondo, terribile storia con l'oro, portò i miei livelli di pigrizia e praticità alle stelle.
Su due poco dignitosi presupposti nacque una simpatica idea:
1- Perché fare tutta questa fatica a cercare un filato oro?
2- Perché affrontare una cospicua spesa per comprare un filato oro?
I due perché ovviamente ci sono, ma il momento di frustrazione fu propizio e portò a questa ulteriore domanda:
3- Perché non utilizzare i finti ori e provare qualcosa di più semplice?
La vera complicazione del filato oro (vero) è che va posato.
Non ci si può infilare una cruna e ricamare.
Immaginate di ricamare con il fil di ferro (non è proprio così, ma insomma bisogna limitare i passaggi attraverso la stoffa).
Il ricamo in oro ha i suoi metodi e i suoi tempi e la sua secolare tradizione.
Ma... Se io prendo un filato dorato (tipo Diamant DMC), progettato per essere ricamato ad ago e lo tratto come un filato oro, appuntandolo con un sottile filo di poliestere...? 
Lo provai per la prima volta sulla mia divisa di Abilmente, ottobre dello scorso anno. 
Non so se qualcuno ci fece caso...



Magia brillante!


Esco sul dritto con il mio filo oro all'inizio della linea, dopo averlo fermato (tanto è previsto che lo si possa fare!), lo appunto con il poliestere e ogni tanto tiro l'oro per assecondare bene le curve del disegno. Quando trovo una punta entro e riesco sulla stoffa come mi pare.
Risultato:
- Riesco a far brillare piccole scritte
- Evito i classici crostoni da filato metallico
- Lavoro con facilità (più ancora che con punto indietro o punto erba)
- Rendo le curve più naturali
- Non cado in depressione

Progettai questo pannello per un corso di una giornata, pensato per raccontare i miei decennali errori, che mi hanno portato a migliorare la resa e la leggibilità, non facile, delle scritte ricamate.
Quando poi mi trovai tra le mani il campionario, scoprii che ben si adattava ad uno di quei progetti lasciati da tempo in sospeso.
Ho almeno una decina di libri di cartonaggio destinati al tessile. Tutti bellissimi. Tutti spaventosi. L'idea della colla che ti aggredisce e che scivola insidiosa dalle dite sulla stoffa e sui capelli e che lentamente, come il topo in trappola, ti lega indissolubilmente al tavolo, contorta, mentre invochi aiuto ma non c'è nessuno, mi ha sempre bloccata. 
Anche perché tre indelebili macchie di colla su uno dei più bei lavoretti che io abbia mai fatto mi ha segnato per sempre. 
Non vi ho mai postato la foto delle macchie. 
So che è disonesto, ma mi avrebbe fatto soffrire troppo.
Comunque... 
Ti succede un giorno che dalla lontana Taiwan si innesca una simpatica conversazione su messenger e che ti scopro che sto chattando con l'autrice di alcuni libri di cartonaggio (tra cui il protagonista di questo post, Mes cartonnage decoratifs di Sophie Liu) . Li acquisto al suon di un rapido click e trovo il più accessibile dei tutorial sul tema, che usa come esempio costruttivo una scatola delle dimensioni adatte. Scaccio la sindrome da topo in trappola con l'entusiasmo e mi ci butto, diventando per qualche giorno l'incubo di Sophie.
Grazie Sophie!



Macchie? Certo che sì.
Ma so come riuscirò ad evitarle in futuro!
E per la prima volta... Non ho fatto la fine del topo.