mercoledì 18 luglio 2018

Stuoia ti odio. Eppur mi brilli...


Post dedicato ai naviganti stufi di sentirmi blaterare come fossi in terapia. Cercherò oggi di essere un po' più pratica.

La filza è il punto più banale del mondo. 
Eseguirla regolare e provare soddisfazione mentre la si esegue è d'altronde cosa rara. La filza è stupida e noiosa. Non ci illude di avere mani sapienti. Ci mette in discussione. Ma ci tocca ricamarla per quella sua leggerezza simpatica.

Il punto stuoia mi fa lo stesso effetto della filza, eppure lo ritengo più degno di attenzione, non fosse altro perché ci permette di ricamare un pieno. 
E poi brilla... 
Oh! Se brilla!

La filza mi limito a guardarla da lontano sfocando lo sguardo, per accettarla... 
Proprio non mi va di perderci tempo. 
Lo stuoia uguale. 
Mentre lo lavoro c'è un che di sporco, sfibrato e irregolare che mi smuove istinti omicidi. 
Ci litigo. 
Quando torno però facciamo sempre pace, a meno che la lampada non rifletta nel modo sbagliato.
Le funeree linee nere che fanno sprofondare gli arabeschi nella stoffa, con l'avanzare dello sfondo blu salgono in superficie e prendono vita. Le porzioncine di stoffa racchiuse tra le linee, pur essendo fisicamente sottomesse, si proiettano con prepotenza verso l'alto, sfidando lo sfondo. 
Bellissimo.

Purtroppo per metà questo striscione è ricamato maluccio. 
Dovevo correre. 
Vi sembrerà forse grande, a causa degli inganni degli schermi, ma in larghezza il motivo principale misura 15 cm. Una piccolezza. 
Tanto per darvi un po' di numeri, ho fatto fuori 5 matassine di DMC 322 a due capi per lo sfondo e la bellezza di circa 25 ore per ricamare tutto lo stuoia (due moduli principali, più i sei rettangolini centrali). Purtroppo non avevo conteggiato l'erba.


La metà malvagia, più che dalla fretta è stata dominata dall'improvvisazione. Andavo un po' a naso e, nonostante il mio naso non sia certo trascurabile, l'insoddisfazione era palpabile. Nell'ira di quei giorni ho strillato ai bambini più che mai, con l'evidente vantaggio di ottenere le camere in ordine.
Non tutto il male viene per nuocere.
Più le ore passavano e più la fretta alterava la mia attenzione, più gli intervalli tra i lunghi fili tirati si facevano evidenti.
Riuscii a farmi sistemare anche il salotto ed aspirare il tappeto.
Infine mi obbligai a pensare con un bicchiere di acqua e ghiaccio tra le mani e forse forse una piccola regoletta mi è saltata fuori. Non sto a illustrarvela troppo perché va ancora raffinata, ma, in sostanza, sembrerebbe essere una buona idea allungare bene il punto di fermatura, portandolo alla misura dei piccoli intervalli che si ripeteranno lungo il filo, cosicché, al giro seguente, i punti si incastrino perfettamente negli spazi vuoti del precedente giro. 
Se non altro, avere una regola non fa perdere la mano al sopraggiungere della stanchezza e si ricama un po' più rilassati. 
Il problema è che adesso ho la casa che è un disastro.

domenica 15 luglio 2018

Ricamare l'Umbria. In viaggio verso Valtopina - 1



Morivo dalla voglia di andare a Valtopina per visitare la leggendaria Mostra del Ricamo e del tessuto, e il Museo. 
Ma le occasioni non si creano se non le forzi e settembre mi è sempre scivolato come un palloncino dalle mani di un bambino.
Di riflesso, dietro a gentilissimo invito, ho annuito con veemenza a quest'edizione, pensando che sarebbe stata una bella occasione per tutta la famiglia, che avrebbe scorrazzato con l'irruenza della tribù dei Galli per le terre umbre, mentre io, finalmente, riuscivo a coronare il sogno. 
Ora...
Ditemi voi: come mai potrei riuscire a far stare in un bagagliaio tre bambini, le loro valigie, le nostre, tutto l'occorrente per l'esposizione, pazienza e razionalità?
Valtopina o non Valtopina? 
Valtopina o non Valtopina?
Valtopina o non... 
Valtopina?!?!
Ho messo i bambini su e-bay e scovato un paio di inconsapevoli acquirenti. 
Mi sento vagamente in colpa (per gli acquirenti, s'intende), ma...
Ok per Valtopina! 


Il pacchetto espositori comprendeva l'invito a contribuire con un proprio lavoro al concorso Ricamare l'Umbria. Nonostante la proposta mi allettasse molto, le scadenze erano incompatibili con i miei tempi geologici e optai per l'invito collaterale ad esporre nella propria area qualcosa inerente al titolo del concorso.
Seduta sognante davanti ad un taccuino, con la penna in bocca, mi misi a pensare. 
Passai dall'idea di riprodurre un disegno di una ceramica acquistata a Gubbio, a quella di ricamare la parola Umbria con i fiori tipici della zona. 
Poi mi alzai e feci finta di fare qualche lavoro di casa, ben conscia ormai che le decisioni vanno prese a distanza di almeno tre giorni, perché le idee vanno lasciate incubare quiete in quella zona oscura del cervello che possiede capacità divinatorie.
In quei tre (quattro, dieci, ho perso il conto) giorni, alimentai l'incubazione con una serie di liste di cose e viaggi che mi portassero in Umbria. 
E, ad un certo punto, scoprii una cosa elettrizzante.
Mi stava sotto gli occhi. 
E' anche sotto i vostri.
Quando avviai, come conseguenza delle travolgenti esperienze di Toscolano, lo stuoia che in questi giorni vi sto fotografando, già sapevo, e ve lo avrei riferito, ma magari senza cognizione di causa, che lo avrei colorato con i colori dell'Assisi e vi avrei confessato che già ai tempi di Ravenna avevo in cantiere un disegno che cercava di riprodurre lo stile di Assisi, ma con il fondo a stuoia, anziché a croci.
Mi sono insomma resa conto, per questa e altre ragioni, che l'Umbria fa parte del mio vissuto e che, in particolar modo nella sfera del ricamo, ha guidato, spesso con prepotenza, le mie scelte di stile e di gusto. 
E, se non vi dispiace, vi porterei dunque, da Ravenna prima e dalla sponde del Garda poi, nelle selvatiche entroterra umbre e, più lontano nel tempo che nello spazio, nella memoria di viaggi vissuti, che hanno condizionato le mie scelte nel ricamo e, in definitiva, me stessa. 
Ho idee confuse e ricordi sfumati, che ancora non ho messo su schermo. 
Non so che cosa ne verrà fuori.

mercoledì 11 luglio 2018

Senza ammenda e con più vaghezza



Eravamo giunti a Toscolano con il battello, scrutando il cielo in cerca di indizi su quanta acqua si sarebbe riversata su di noi, che avevamo solo un paio di ombrelli e tutta l'impresa da compiere a piedi. 
I tre inconsapevoli erano impegnati a dare nomignoli improbabili alla nidiata di anatroccoli stanata nel porto e mi auguravo che nel tragitto incontrassero famigliole di gatti, cani, volpi e quant'altro ci concedesse che si sviassero da frigne di camminate troppo faticose.
In realtà, fuori allenamento come eravamo, non ricordavo che la natura è il loro elemento e che macinano chilometri senza fiatare, mentre la città li trasforma in irritanti pupattoli capricciosi.
E il tragitto dal porto al Museo della Carta era decisamente alla loro portata (e soprattutto a quella del marito...).


Il primo edificio, che comprende l'ingresso, è dedicato alla storia più antica e riguardo alla produzione della carta avevo già fatto cenno nel precedente post.
Il percorso si conclude con una mostra intitolata Senza ammenda e con più vaghezza.
La mia mente era distratta dal formulare il titolo che avrei dato al post sull'ignobile fine degli stracci ricamati e la soglia dell'attenzione era ormai in calo, come tristemente succede in tutti i musei, al superamento delle prime poche stanze, se ci abbandonano a noi stessi senza una guida.
Dunque mi bloccai di colpo soltanto quando scorsi, tra le pagine di quegli antichi libroni e libbriccini, alcune iniziali di incipit, dall'aria fortemente familiare.



E cominciai ad agitarmi, pensando che avrei dovuto chiedere allo shop se avessero una collezione di iniziali e disegni...
Ma dentro di me qualcosa mi diceva che... Io già li avevo.
Mi girai a guardare con ritrovato interesse la locandina della mostra.


Alessandro Paganini (1517-1538), tipografo, editore, disegnatore...
Ma io... Forse già ti conosco... 
No, dai! Impossibile!
Fotografai il fotografabile, scoprii che allo shop avevano solo qualche segnalibro con un paio di lettere, mangiammo al bar un panino (scampando quell'unica mezzora di pioggia!) e rimandai l'indagine al mio ritorno a casa, perché avevamo da arrivare alla Stretta dei Covoli.
Al mio ritorno impiegai pochi minuti per verificare la mia teoria, che nel viaggio si era articolata, ricomponendo le tessere del puzzle.
Il Paganini era davvero l'editore di una delle primissime risorse, che ai tempi dell'avvio della rete, avevo scaricato con intensa gioia, per la qualità eccezionale dei disegni contenuti nell'opera e per le affascinanti immagini di antiche ricamatrici impegnate nel riporto del disegno. Già avevo usato una di queste illustrazioni sulla presentazione del corso base e ipotizzato, con uno dei disegni, un lavoro a trapunto fiorentino. Avevo ingrandito molto l'immagine, ma poi avevo accantonato l'idea.
Più volte, però, nel tempo, mi ci ero rifatta gli occhi sopra.
Ecco uno dei molti link per scaricarlo, anche in pdf: Il Burato, Libro de recami, P. Alex. Paganini.
E la mente, con un divertente gioco di illusioni, ha raccolto questo vissuto, combinando gli eventi come manifestazione di una fatale percorso guidato dal destino, trasformandolo in motivazione.
Senza pensarci troppo, in barba alle scadenze, ho ingrandito il primo disegno del libro secondo (15 cm di larghezza) e l'ho riportato speculare su una striscia di lino.


Finalmente riprendo gli esperimenti sul punto stuoia, iniziati a Ravenna e temporaneamente abbandonati, con le mani, mai col cuore. 
Li riprendo a Toscolano Maderno e so già quale sarà la mia prossima tappa.
Ma questa è un'altra storia.